home > rassegna stampa > Giuseppe Antonelli. La leggerezza etica è pura etichetta

È il nuovo che arretra. Lo sguardo presbite della critica che non riesce a definire il presente se non attingendo a categorie del passato. Ecco dunque a fronteggiarsi, per descrivere lo stato attuale della narrativa italiana, la New italian epic di Wu Ming 1 e il New italian realism di Tirature 2010. Da una parte una definizione che mitiga mitiche nostalgie nostrane col ricorso all’inglese globalizzato, ma così facendo denuncia la propria dimensione provinciale (quando Tom Wolfe pensando a sé, a Capote e a Mailer parlò di new journalism, non ebbe bisogno di specificare american). Dall’altra il gioco polemico del ricalco («la Nuova Epica Italiana fa soltanto sorridere», scrive Spinazzola introducendo Tirature), al quale si oppone però una categoria logora come il neorealismo (essendoci già stata almeno un’ondata di neo-neorealismo, si dovrebbe parlare a rigore di neo-neo-neorealismo: ma se un neo abbellisce, troppi deturpano).

In comune tra le due definizioni (inconciliabili nella forma molto più che nella sostanza), la tensione etica: «l’importante è recuperare un’etica del narrare dopo anni di gioco forzoso» (Wu Ming); «un senso di realtà poggiato su un insieme di valori letterari ed extraletterari ampiamente condivisi» (Spinazzola). Quello tra etica e letteratura è un accostamento che suona lievemente ossimorico (un po’ come in banca etica) e non sempre stimola nei nostri scrittori reazioni positive («sentir parlare di quell’incredibile stronzata, di quell’incontro considerato tanto proficuo, pur se difficile, dell’etica e della letteratura» Trevi, Il libro della gioia perpetua). Nondimeno, perché non portare alle estreme conseguenze questa febbre etica e parlare direttamente ed esplicitamente di New italian ethic?

Il fatto che ethic sia – tra le altre cose – un marchio registrato (abbigliamento alla moda, neanche a farlo apposta) ha il vantaggio di evidenziare il passaggio digradante dall’etica alle etichette: lo stesso che ci ha condotto, negli ultimi anni, dal logos al logo (Etica® come già qualche anno fa Amore®, in un titolo di Scarpa). Non solo: echeggiando un dibattito merceologico (la necessità di etichette etiche per rendere trasparente la trafila dei prodotti), ci mette di fronte al fatto che spesso letteratura etica corrisponde a un marchio di garanzia. Un bollino blu che aiuta a vendere meglio, perché fa sentire i consumatori più buoni, avveduti e consapevoli; nella fattispecie: dà un senso corrente e coerente al loro leggere libri. E poi è un aggettivo componibile (come i mobili dell’Ikea), sia pure inequivocabilmente epigonico, terminale: dalla letteratura etica si può prontamente ottenere quella eretica, ermetica, emetica, mimetica, profetica … Un’etichetta comoda, insomma, che va su tutto; come il grigio.

«Il fatto però si è, che in oggi io sento dire etichetta anche a di quegli che […] per avventura, non sapendo che etichetta, senza andare adesso a ripescarla dal greco, non è altro che etiqueta castigliano, se ne vagliono nel suo vero significato di regolamento, pratica, costumanza, stile, si dice in italiano» (Magalotti, Lettere scientifiche ed erudite, 1721). Ma lo stile degli scrittori di oggi risponde a un’etica o a un’etichetta? Se Pascale richiama alla Responsabilità dello stile, Ferroni vede nella letteratura degli anni Zero il trionfo delle Scritture a perdere, e la stessa aria di precariato tira nel titolo di un libro di Maurizio Dardano in uscita per Carocci: Stili provvisori. La lingua nella narrativa italiana d’oggi (2005-09). Pur analizzando a una a una le trenta opere selezionate, l’ampio e puntuale lavoro di Dardano consente di individuare «una vulgata della narrativa». Un minimo comune multiplo che corrisponde alle abitudini linguistiche da rispettare per essere ammessi nei salotti buoni della società letteraria: etichetta, anche qui; non nel senso di griffe, ma appunto di bon ton.

La gran parte di queste abitudini mira a «ottenere un alleggerimento della struttura sintattica». Sono dunque gradite la paratassi («Ha la bocca sporca, ha riempito il tavolo di briciole, ha aperto male i biscotti, ha strappato il pacco fino in fondo» Mazzantini, Venuto al mondo) e la sintassi nominale («Alto, slanciato, sempre elegante, i modi urbani e raffinati da gentiluomo, la pelle liscia e bruna, le mani con le dita affusolate, le ciglia lunghe sugli occhi scuri» Mazzucco, La lunga attesa dell’angelo); con una decisa preferenza per le frasi brevi, tanto che spesso una parola viene enfaticamente isolata tra due punti fermi («Mattia. Ecco. Ci pensava spesso. Di nuovo» Giordano, La solitudine dei numeri primi).

Com’è giusto che sia in società, molto apprezzata è la simulazione di parlato, sia che insceni un dialogo col lettore (come nel Baricco dei Barbari) sia che faccia il verso al «polilogo mediatico» (come nello Scurati del Bambino che sognava la fine del mondo). Dal punto di vista del lessico, tutto ciò autorizza qualsiasi escursione nei bassifondi della lingua (Come dio comanda di Ammaniti – che comincia «Svegliati! Svegliati, cazzo!» – può tranquillamente vincere lo Strega) e liberalizza il ricorso al dialetto come «mezzo di coloritura stilistica e strumento di “commutazione metaforica”».

In questo quadro di generale abbassamento, d’altra parte, quasi tutta la letterarietà è presa in carico dai traslati: affidata a similitudini e, appunto, metafore di sicuro effetto. Tipico il caso di Gomorra, in cui Saviano intreccia al reportage un fittissimo tessuto figurale fatto di «similitudini e traslati piuttosto particolari» che fin dalle prime pagine insistono sgradevolmente sul corpo («come un ano di mare che si allarga con grande dolore degli sfinteri»), sulla malattia («il porto è un’appendice infetta mai degenerata in peritonite»), sull’elemento animale («un angolo del molo che sembra un reticolo di vespai»). Una «metaforicità mirata a un fine civile» che è riuscita nell’intento di mettere d’accordo tutti: Epica Etica Etnica Pathos (come cantavano vent’anni fa i CCCP).

(da «Il Sole 24 ore», 16.5.2010, p. 27)